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Alcuni dettagli

L’opera trabocca di dati esatti dal punto di vista storico, topografico, architettonico, geografico, etnologico, cronologico, ecc. Inoltre Maria Valtorta fornisce spesso precisazioni conosciute solo da qualche erudito, in certi casi perfino totalmente sconosciute al momento della loro redazione, e che l’archeologia, la storia o la scienza hanno poi confermato.
Lo studio di migliaia di dati, disseminati come per caso in quest’opera, ha permesso di costituire lungo gli anni una imponente base documentaria. Questa ricerca sistematica mette in luce la straordinaria precisione e l’insospettabile livello di coerenza e di credibilità di questa Vita di Gesù di Maria Valtorta.
Prendiamo, per esempio, il caso di Caecilius Maximus, graduato dell’armata romana semplicemente evocato da M. Valtorta in un breve dialogo tra due soldati romani all’inizio dell’anno 29 [329.6]. Nell’opera egli non riveste alcun ruolo. Il suo nome, sconosciuto dagli storici quando l’opera fu pubblicata, sembra pura invenzione. Eppure l’esistenza storica del personaggio è oggi convalidata dalla scoperta di una tavoletta d’argilla presso Pompei nel 1959, menzionante la presenza di Caecilius Maximus a Pozzuoli (Puteoli) nel luglio dell’anno 29. Coincidenza?
Sorprendente è anche ciò che M. Valtorta chiama “le rovine ciclopiche dell’antica Hatzor” [160.4]. Certo, la scoperta del luogo risale al 1870, ma è stato necessario attendere la campagna di scavi iniziata nel 1955 (prosegue ancora nel 2008) per avere un’idea della sua estensione. Nessuno (prima di M. Valtorta nel 1945) ne aveva evocato la grandezza. Gli scavi coprono oggi una superficie di oltre 80 ettari e costituiscono il più vasto cantiere archeologico di Israele!
Altrove M. Valtorta descrive a lungo il luogo in cui avviene l’elezione apostolica: “... una gola fra le colline... Fra l’una e l’altra collina rocciosa, scabra, che si apre a picco come un fiordo...” [164.3]; e nel capitolo successivo evoca Gesù che scende: “... scende, perché la sua caverna è la più alta, entrando di volta in volta nelle grotte...” [165.3]. La descrizione è così dettagliata che il ricercatore può localizzare queste grotte molto prima di sapere, circa mille pagine dopo [360.6], che si tratta delle grotte di Arbela.
Lo stesso per il monte del sermone sulla Montagna: “Poi il monte ha un altro balzo in altezza e sale con una salita piuttosto accentuata fino ad un picco, che poi si abbassa per rialzarsi di nuovo con un picco simile, in una bizzarra forma di sella” [169.1]. “La collina ha la vetta in forma di giogo, anzi, è più chiaro, in forma di gobba di cammello...” [174.11]. La descrizione designa senza equivoco il luogo chiamato le Corna di Hattin.
Quando più oltre M. Valtorta menziona un monte che “alle spalle di Efraim è proprio un gigante verde che domina sugli altri” [552.3], non può essere che l’attuale Tel Asour, che con i suoi 1011 metri è il punto culminante della Giudea-Samaria.
Sono centinaia gli esempi che si raccolgono lungo tutta l’opera, sebbene questa scienza passi inosservata alla prima lettura. Tuttavia l’estrema esattezza geografica non è affatto il solo “enigma Valtorta”.

Jean-François Lavère
tradotto da Claudia Vecchiarelli
@ Centro Editoriale Valtortiano. Riproduzione riservata